Proposte di concerto

Il canto gregoriano, nella comprensione della Chiesa, è Parola di Dio in forma sonora. La Chiesa stessa, dichiarandolo "canto proprio della liturgia romana" (SC 116), ne ha definito una qualità ecclesiale, assegnandone una categoria di giudizio che trascende la pura dimensione artistica.: la Chiesa, in sostanza, ne rivendica la proprietà. Deve far riflettere questo "spingersi oltre" della Chiesa: su ciò che a noi si presenta come un repertorio musicale, un prodotto artistico seppure di enormi dimensioni, essa si preoccupa di porre con fermezza il suo sigillo. La Chiesa non si è mai identificata in un’opera d’arte, in una pagina di musica, in uno stile architettonico: la sua tradizione è frutto della incessante relazione con la cultura di ogni tempo, ma senza l’identificazione esclusiva con nessuna forma particolare. Eppure, sul canto gregoriano la Chiesa si è in qualche modo "sbilanciata", superando nettamente una pura logica di tipo artistico-culturale, insufficiente a definire la qualità di una relazione evidentemente anomala. La chiave di lettura di questa apparente anomalia sta proprio nel rapporto fondativo fra Parola di Dio e Chiesa. "Sua" è l’interpretazione della Sacra Scrittura: un’interpretazione, un’esegesi, una comprensione che trova suono e comunicazione nel canto gregoriano attraverso forme e stili musicali che, a loro volta, identificano contesti liturgici precisi. Ed è precisamente la connotazione liturgica che sta alla base di una ricca diversificazione musicale nella composizione di un repertorio tanto vario quanto sconfinato. Il presente programma attraversa larga parte delle svariate forme espressive di cui si nutre l’antica monodia medievale: dalla cantillazione delle lectio alle antifone sillabiche, dagli inni alle forme responsoriali, dalle sequenze alle forme tropate dei canti di introito. Ma il "filo rosso" dell’intero programma è costituito dagli offertori, qui proposti senza i versetti solistici, anticamente previsti . Si tratta di composizioni "appariscenti", che si distinguono essenzialmente per l’esuberanza musicale. Lo stile ornato è la loro cifra espressiva: un virtuosismo compositivo ed esecutivo in gran parte libero da logiche strettamente formulari – che regolano invece i canti fra le letture (graduale, tractus, alleluia) – che disegna melodie originali di straordinaria ricchezza e di espressività giocata fino ai limiti estremi dell’ornamentazione e dell’invenzione. Una "risposta" alla Parola che si fa vera "offerta" e che, come tale, intende presentare il meglio delle sue peculiarità espressive.

Con la Lettera apostolica Porta fidei dell’11 ottobre 2011, il Santo Padre Benedetto XVI ha indetto un Anno della fede, con inizio l’11 ottobre 2012 e con termine il 24 novembre 2013, Solennità di Cristo Re. L’inizio dell’Anno della fede coincide con il ricordo di due grandi eventi che hanno segnato il volto della Chiesa ai nostri giorni: il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962) e il ventesimo anniversario della promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica (11 ottobre 1992). Il presente programma traccia un itinerario nel segno del canto gregoriano articolandosi in sei punti, ciascuno dei quali identifica simbolicamente le tappe salienti del cammino di fede trasmesso dalla dottrina della Chiesa Cattolica. Partendo dalla fede trinitaria, si procede fondando il percorso sulla fede della Vergine Maria, per poi raccontare, attraversando il dubbio di Tommaso, la fede degli uomini (episodio evangelico della guarigione del cieco nato) e la fede dell’apostolo Pietro, sul quale si fonda la fede della intera comunità ecclesiale. E’ infatti la Chiesa che nel canto del Credo – a conclusione del programma – proclama oggi con gioia la fede nel suo Signore.

Sin dagli inizi della Chiesa Maria è stata al centro dell’attenzione dei credenti: a lei guardavano i discepoli del Signore, smarriti dopo l’ora delle tenebre del Calvario e storditi dalla luce sfolgorante della Pasqua di risurrezione; a lei hanno fatto riferimento i convertiti dall’ebraismo che vedevano concretizzarsi nella storia non solo il Messia, ma anche la figlia di Sion; lei pregavano le comunità alessandrine quale vera madre di Dio annunciata ai padri dell’antico Egitto nella figura di Iside.
Tutta la cultura della tarda antichità cristiana canta la gloria di Maria concentrando in essa speranze e sogni, ricuperando nostalgie e promesse, in un intreccio non sempre chiaro tra proposizioni teologiche ortodosse e immagini evocate dal paganesimo e dalla superstizione, accavallando talora strati eterogenei che, al di là della loro pertinenza e oggettività, rivelano comunque un appassionato entusiasmo e un caloroso amore filiale per colei che la Chiesa riconosce essere sua madre.
In questo clima è ben comprensibile il fiorire esuberante della letteratura mariale, soprattutto in campo poetico e musicale. Tipico è l’inno "Ave, maris stella" – un tempo attribuito a Venanzio Fortunato – con il suo travolgente susseguirsi di immagini evocative che ricordano i pericoli della vita, ma aprono il cuore alla certezza che in Maria, nell’accogliere l’ave dell’angelo, si è capovolto il destino umano gravemente ipotecato da Eva. Non fa poi meraviglia affrontare in questo stesso programma varie pagine del salmo 44 (45) che con la sua riflessione sulla salvezza e la tematica esplicitamente femminile. Ben cinque brani sono altrettante variazioni teologiche e musicali sulla funzione corredentrice di Maria, attenta uditrice della Parola che in lei prende vita e opera costantemente impregnandola di una bellezza che ovunque diffonde un nuovo senso dell’esistenza umana.
Quanto di originale una sola e identica Parola salmica possa suscitare a ogni rilettura lo mostrano le due versioni dello stesso testo ("Diffusa est gratia") utilizzato ora come semplice antifona di comunione, ora come responsorio offertoriale in cui l’ampiezza del vocalizzo su "saeculum speculi" sembra voler dilatare lo spazio storico e immergere i benedetti da Dio – con a capo Maria – nell’eternità del Creatore. E’ già un anticipo della prospettiva escatologica cantata dal visionario dell’Apocalisse di cui si possono ascoltare alcune affermazioni particolarmente incisive nella successiva lectio.
Destino di piena contrarietà, quello di Maria di Nazareth, che segue da vicino quello del Figlio senza ritirarsi dalla prova della Croce. Ed è il destino della Chiesa gioiosa e sofferente insieme che si riflette, ad esempio, nelle due sequenze "Ave mundi spes Maria" e la più nota "Stabat mater dolorosa" che accompagna ancora oggi le pie meditazioni della via Crucis. E nel mondo più vasto della devozione popolare da sempre viene riconosciuta piena cittadinanza agli ultimi due canti mariani, le antifone "Alma redemptoris mater" e "Salve regina", che da secoli concludono ogni giorno la preghiera liturgica della Chiesa al termine della compieta.

La Chiesa, da sempre, è custode e interprete della Sacra Scrittura. Il mistero dell’Incarnazione è al centro della sua riflessione e al cuore della sua fede. Il canto gregoriano racconta questa fede e si radica nella tradizione esegetica dei sacri testi formatasi in ambito patristico. Il “suono” del canto gregoriano ripete il “senso” che la Chiesa ha inteso assegnare a quei testi, proclamati nella Santa Liturgia con stili e forme diverse ma con uguale solennità e nobile arte retorica. L’accostamento del canto gregoriano ai testi di S.Agostino appare dunque tanto appropriato quanto necessario e illuminante per cogliere in pienezza la più autentica matrice di un repertorio liturgico-musicale che la Chiesa ha fatto proprio e che la cultura musicale europea ha posto a fondamento di un percorso secolare ben connotato.

Il centenario della morte di S. Gregorio Magno (604-2004) offre un significativo spunto di riflessione sul decisivo apporto che tale insigne personalità ha saputo fornire non solo all'istituzione ecclesiale, ma all'intera cultura occidentale. In lui la spiritualità medievale ha riconosciuto un assoluto punto di riferimento: lo stesso canto della liturgia, seppure non composto da lui, riceve autorevolezza per il fatto stesso di essere definito "gregoriano". E proprio il canto gregoriano richiama in modo forte la figura di S. Benedetto, che nella prima metà del VI secolo diede inizio alla straordinaria esperienza monastica, ambito nel quale il gregoriano ha preso forma ed è stato custodito quale inestimabile tesoro della Chiesa e simbolo di unità dell'intera Europa cristiana. Non a caso Gregorio si preoccupa di scrivere una "Vita di S. Benedetto", non per tracciarne un profilo storico, ma per additarlo con insistenza quale "uomo di Dio", scoprendone un umanesimo che si prospetta essenzialmente come "ricostruzione totale dell'uomo" e che tale è stato nei frutti che ha raccolto in tutta Europa. Il programma qui proposto alterna brani propri del repertorio gregoriano - riferiti a questi due giganti della tradizione spirituale e culturale d'Occidente - a frammenti recitati tolti dall'opera letteraria di Gregorio "Vita di S.Benedetto".

"Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù...: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna" (2Tim.4,1). Così Paolo si rivolge a Timoteo nelle sue ultime "raccomandazioni solenni", anteponendo il valore della proclamazione della Parola alla situazione concreta dell’annuncio.
Un’occasione inopportuna, ossia un contesto extra-liturgico, non annulla la dimensione dell’annuncio se si realizza nell’incontro con la Parola: la Parola supera le situazioni ed il canto gregoriano, "liturgia della Parola", rimane comunque "suono della Parola" anche se privato della sua matrice cultuale.
Il presente programma concentra la propria attenzione sulla meditazione che il canto gregoriano ha riservato ai testi paolini, ai quali ha attinto con una certa parsimonia e con magistrale sapienza. Pur non essendo possibile, attraverso questo singolare percorso, tracciare un quadro completo della straripante ricchezza delle lettere di Paolo, la successione dei brani fa emergere con chiarezza alcuni fra i temi centrali della vita e della predicazione dell’apostolo delle genti, dalla sua conversione (Ant. Saule, Saule) alla conclusione della sua unica e sofferta esperienza di fede (Resp. Bonum certamen).
Ma è l’evento pasquale del Crocefisso-Risorto ad imporsi costantemente come centro assoluto della sua vicenda e del suo pensiero; è proprio nel paradosso della croce, nell’estremo abbandono di Cristo e nella sua resurrezione che Paolo vede il destino di salvezza dell’uomo. La morte e resurrezione di Cristo, mai disgiunte, svelano la verità sull’uomo che è per grazia e per fede innestato nella vita stessa di Dio in Cristo. In lui viviamo (Ant. Mihi vivere), in lui soffriamo e moriamo (In Nos autem gloriari...in cruce), in lui siamo risorti (Co Si consurrexisti), di lui ci siamo rivestiti (Co Omnes qui in Christo) e cibati (Co Hoc corpus).
Il messaggio di Paolo è la conoscenza, anzi, la "sovraconoscenza" di Cristo, intesa non come puro esercizio intellettuale o filosofico, ma esattamente al contrario, come sinonimo di "charitas", ossia di amore (Ant. Maneant in vobis, In Caritas Dei). E chi canta il gregoriano è convinto che gli antichi ed anonimi codici musicali altro non siano se non un’espressione alta e concreta di amore per la Parola.
L’interpretazione fondata su quei codici vuole meditare quei testi allo stesso modo e tende a farsi, il meno indegnamente possibile, risposta intonata.

"Iste est Johannes" è una meditazione del Vangelo secondo Giovanni attraverso il canto gregoriano. Il programma è composto di brani, assai vari per stile compositivo, il cui testo è tratto o direttamente ispirato al Vangelo di Giovanni. L’itinerario narrativo, che segue in modo ordinato il testo evangelico, è pensato anche secondo un percorso attraverso le variegate forme musicali del canto gregoriano. Ciò conferisce allo stesso programma un notevole interesse ed una grande varietà espressiva, riuscendo inoltre a far cogliere chiaramente all’ascoltatore il "filo conduttore" che attraversa la silloge dei brani proposti. Il canto gregoriano realizza una vera e propria lectio divina del testo giovanneo. A sua volta, il quarto Vangelo si configura sostanzialmente come una meditazione dei primi tre Vangeli sinottici; possiamo dunque parlare di "lectio nella lectio", ossia di un’operazione che indaga in profondità la pregnanza dei testi assorbendone le infinite risonanze. La troppa luce che ne promana genera il mistero e muove allo stupore chiunque riesca almeno ad intuire come l’esile filo di una monodia sorregga ed osi "spiegare" l’ineffabile. Il cantore si fa servo della Parola, e con lui il coro in un comune sacrificium vocis che non ammette "polifonie" e che associa tutti coloro che aderiscono con la mente e con il cuore.
Il programma ha inizio con la presentazione della figura dell’evangelista, il discepolo amato (Iste est Johannes), dopodiché si sviluppano i temi ed i momenti salienti del Vangelo stesso, dalla funzione essenziale del Battista (Fuit homo) ai miracoli, o, per meglio dire, ai "segni" di Cana (Nuptiae factae sunt), del cieco nato (Lutum fecit) e di Lazzaro (Videns Dominus flentes); momento cruciale del programma, come del Vangelo, è il Mandatum novum, qui presentato con una serie di brevi antifone sillabiche "Ad lotionem pedum", appartenenti alla liturgia del Giovedì Santo. In questo momento, per Giovanni, assistiamo al massimo "abbassamento" di Cristo, che d’ora in poi dominerà gli avvenimenti e, agli occhi del credente ormai maturo, apparirà come il vero vincitore nel drammatico precipitare degli eventi. Giovanni, infatti, rilegge la stessa Passione come paradossale ma reale compimento delle Scritture: il legno della croce è il luogo della definitiva intronizzazione del Re Messia, il "consummatum est" è l’inaugurazione della nuova alleanza sotto il segno dello Spirito. E proprio sulla croce Cristo muore "effondendo lo Spirito" (Veni sancte spiritus). La gioia pasquale (Haec dies) non è disgiunta dal segno dei chiodi che muovono alla fede l’incredulo Tommaso (Mitte manum tuam). Il programma si conclude con l’inno Te saeculorum principem, collocato dalla liturgia nella festa di Cristo Re. Il Vangelo dell’ "in principio", che narra la regalità del "Verbo che si è fatto carne" come eco dell’ "in principio" più antico (Gen 1,1), trova nel canto gregoriano un fedele custode ed un illustre interprete.

"Quatuor Tempora" significa "Quattro stagioni" e designa, nel linguaggio liturgico - pur nelle differenti modalità di evoluzione storica - il primo mercoledì, venerdì e sabato di ciascuna delle stagioni. Questi giorni erano caratterizzati dalla preghiera a dal digiuno: i testi liturgici sono una supplica a Dio e un ringraziamento per il lavoro, le attività e l’operosità dell’uomo. Vi troviamo dunque la valorizzazione dello scorrere dei tempi letti alla luce del lavoro dell’uomo e del suo rapporto con Dio.
Il programma del concerto attinge alla tradizione del canto gregoriano attraverso la scelta di brani destinati in modo specifico a tali ricorrenze: terza settimana di Avvento (Inverno), prima domenica di Quaresima (Primavera), settimana dopo Pentecoste (Estate), terza domenica di settembre (Autunno). I brani in programma sono alternati a letture sacre tratte dagli stessi tempi liturgici.

La Passione di Cristo nel canto gregoriano - Testi recitati tratti da "La Passione - Via Crucis al Colosseo" 1999, di Mario Luzi

Incipt

Passio Domini nostri Jesu Christi secundum Matthæum.

Tunc venit Jesus cum illis in villam, quæ dicitur Gethsemani, et dixit discipulis suis : “Sedete hic, donec vadam illuc et orem”. Et assumpto Petro et duobus filiis Zebedæi, cœpit contristari et mæstus esse. Tunc ait illis : “Tristis est anima mea usque ad mortem : sustinete hic, et vigilate mecum”.
Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo.

Allora Gesù giunse con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai suoi discepoli : “Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare”. E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro : “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”. (26,36-38)

Padre, nella tua prescienza conosci tutto prima che sia
e quando è
lo guardi essere con il tuo sguardo imperscrutabile.
Quanto è lontana da te l’angoscia che mi opprime.
L’angoscia che mi leggi in viso
e nel cuore è quella del presentimento.
Tutto ti è comprensibile: anche questo;
eppure dubito talora
che questa sofferenza non ti arrivi
poi subito di questo mi ravvedo
perché so la tua misericordia.
Padre che sta per accadere che per te non sia già stato?
Che cos’è questo sgomento?
C’è nel tempo qualcosa che m’affligge,
il tempo è degli umani, per loro lo hai creato,
a loro hai dato di crearne, di inaugurare epoche, di chiuderle.
Il tempo lo conosci, ma non lo condividi.
Io dal fondo del tempo ti dico : la tristezza
del tempo è forte nell’uomo, invincibile.

Tempus Quadragesimae

HYMNUS - Rerum Deus
ANT - Non in solo pane
ANT – Aquam quam ego dedero
ANT – Ego dæmonium non habeo
ANT – Lutum fecit
ANT – Videns Dominus

Hebdomada Sancta

HYMNUS - Celsae salutis
ANT - Hosanna Filio David
ANT - Pueri Hebraeorum
GR - Christus factus est
OF - Improperium
ANT - Ubi caritas
HYMNUS - Pange lingua
TR - Domine exaudi
LECTIO - Passio Domini nostri (Io 19,25-30)
RESP - Tenebrae factae sunt
SEQ - Stabat mater

Dominica Paschae

CANT - Vinea facta est
IN - Alleluia. Haec dies

HYMNUS - Christe Redemptor omnium

Ad Missam in vigilia
IN - Hodie scietis
SEQ - Laetabundus

Ad Missam in nocte
IN - Dominus dixit
GR - Tecum principium
AL - Dominus dixit
CO - In splendoribus

ANT - Hodie Christus natus est

Ad Missam in die
IN - Puer natus
AL - Dies santificatus
Lectio Sancti Evangelii (Jo 1,1-14)
OF – Tui sunt caeli
CO - Viderunt omnes

RESP - Puer natus

In Epiphania Domini
IN - Ecce advenit
GR - Omnes de Saba

AN - Videntes stellam

Il tema della terra è innanzitutto un tema caro alla Sacra Scrittura, la quale ci insegna fin dal libro della Genesi che l’uomo e la terra sono posti da Dio in stretta relazione con Lui e tra di loro. L’uomo è plasmato dalla terra, fatto di “polvere del suolo”, ma in lui Dio soffia il suo spirito. In aperta polemica contro ogni mito antico e nuovo che sacralizza le dea terra come madre ancestrale, la sapienza biblica ricorda qui che l’uomo è sì terrigno, fragile frutto cadùco della terra, ma non ne è figlio perché è creato da Dio.  Lontano da ogni idolatria, Israele non celebra dunque la terra in se stessa: tutto è un tramite e un rimando che riconduce all’Uno da cui tutto proviene.

Tutte le istituzioni e gli eventi della salvezza sono doni del potente soffio di Dio, che a partire dalla creazione dell’uomo continua a fecondare questa terra e la sua storia, facendola vivere e rivivere, oltre ogni sua possibilità.

Percorrendo l’itinerario cristologico dell’anno liturgico in compagnia del canto gregoriano, non possiamo non notare come, nella scelta dei testi affidati all’esegesi del canto proprio della liturgia, la Chiesa abbia inteso seminare e far germogliare, in questo lungo cammino, anche il tema della terra intimamente legato all’iniziativa divina.

È quanto sottolinea già il communio della I domenica di Avvento, Dominus dabit benignitatem: Dominus (il Signore) è il soggetto protagonista, dal quale ha origine tutto il resto dell’antifona: la terra “darà il suo frutto” (et terra nostra dabit fructum suum) proprio perché il Signore “darà il suo bene”. Il salmo 84, da cui è tolto il testo di questo communio, risuona anche nell’offertorio della III domenica di Avvento con il versetto 2: Benedixisti Domine terram tuam, dove la sottolineatura musicale su terram  è subordinata alla benedizione divina, citata proprio all’apertura del brano.

Il binomio uomo-terra, ampiamente sviluppato nell’Antico Testamento, trova soluzione in Gesù Cristo. L’incarnazione, infatti, manifesta un loro irreversibile legame al progetto salvifico di Dio. Il Figlio di Dio, il Verbo attraverso cui tutto è stato fatto (come recita il prologo del Vangelo di Giovanni) si fa uomo, ragione per cui la terra accoglie non più un concetto ma una Persona: non più la giustizia, ma il Giusto che la realizza; non più la salvezza, ma il Salvatore. È ciò che viene proclamato, nella IV domenica di Avvento, con l’introito Rorate coeli,  il cui testo originale tratto da Isaia è stato in qualche modo forzato da Girolamo in chiave cristologica. In tal modo la realtà del “dono di Dio”, che l’Antico Testamento aveva identificato nel “dono della terra”, è trasferito alla persona di Cristo. La lettera di Paolo ai Galati ci dirà, al cap.3, che è Lui (Cristo) l’eredità dei credenti, non una terra.

Si giunge così alle messe di Natale, dove nei rispettivi offertori viene citato il tema della terra con ampie sottolineature: Laetentur coeli et exsultet terra nella messa della Notte e, nell’offertorio della Messa del giorno,  Tui sunt coeli et tua est terra.

Proprio la Messa del giorno di Natale è il contesto dove si rende più presente questo tema: nell’Alleluia Dies sanctificatus (hodie descendit lux magna super terram), ma soprattutto nel  communio, il cui testo è tratto dal salmo 97: Viderunt omnes fines terrae salutare Dei nostri (“Tutti i confini della terra hanno visto la salvezza del nostro Dio”). Da notare, in proposito, la sottolineatura riservata proprio a terrae nella prima parte del brano.

Con l’Epifania, al tema della terra si affiancano i temi del dono e dell’adorazione. Va tuttavia precisato che l’adorazione non riguarda solo i Magi, i re della terra e le genti (come ci dicono i brani propri dell’Epifania, Omnes de Saba e Vidimus stellam): la terra stessa, tutta la terra, è infatti chiamata ad adorare il Signore. Nella seconda domenica dopo l’Epifania (oggi II domenica del Tempo Ordinario) l’introito attinge il testo dal salmo 65: Omnis terra adoret te, Deus (“tutta la terra ti adori, o Dio”).  La decisa sottolineatura musicale (tanto melodica quanto ritmica) è precisamente sul verbo: tutta la terra, è chiamata ad adorare Dio, in risonanza alla manifestazione e alla regalità celebrate qualche giorno prima, nella solennità dell’Epifania.

È curioso che anche a Pasqua il tema della terra venga posto in evidenza: addirittura l’offertorio della Messa del giorno ha inizio proprio con questa parola, abbinata ai due successivi verbi di segno opposto: terra tremuit et quievit, dum resurgeret in iudicio Deus (“la terra ha tremato e si è quietata”): l’evento della Risurrezione scuote la terra e il fraseggio messo in campo dal gregoriano è tutto proiettato alla seconda parte dell’antifona e agli alleluia conclusivi.

Il tempo pasquale, com’è noto, è il tempo dell’alleluia, ossia del giubilo e dell’annuncio. Anche la terra vi partecipa, e ogni domenica di Pasqua, dopo la domenica in albis, contiene questo invito nei suoi brani propri, in particolare negli introiti. È così per il gioioso introito della III domenica, con il testo del salmo 65: Iubilate Deo omnis terra (“Tutta la terra alza voci di giubilo a Dio”).

Il giubilo della terra, tuttavia, trova radice e ragione nella misericordia, della quale il Signore ha riempito la terra stessa. Così ci dice l’introito della IV domenica di Pasqua, con il testo del salmo 32: Misericordia Domini plena est terra (“della misericordia del Signore è piena la terra”).

Dopo la preparazione, l’adorazione, la misericordia, il giubilo, ecco finalmente il tema dell’annuncio: l’annuncio esteso fino agli estremi confini della terra: Vocem iucunditatis annuntiate… (“Proclamate l’annuncio di gioia e sia udito; annunciate fino agli estremi confini della terra che il Signore ha liberato il suo popolo”). Gli “estremi confini della terra”, coincidono musicalmente con i confini acuti della melodia, raggiunti con stile compositivo assai elaborato.

Il celebre introito Spiritus Domini del giorno di Pentecoste fa sintesi di questo percorso, assicurandoci che “lo Spirito del Signore ha riempito tutta la terra”.

A noi non resta che narrare le meraviglie del Signore (Narrabo omnia mirabilia tua), rallegrarci e cantare il suo nome.

Fulvio Rampi

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